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Gruppo: Manilla Road

Album: Playground Of The Damned

Label: High Roller

Anno: 2011

Nazione: USA

Genere: Epic Metal

Recensione a cura di Daniele Cecchini.

Che nel 2011 qualcuno potesse essere in grado di forgiare un prodotto che suoni così palesemente vintage, non me lo aspettavo proprio. A meno che, ovviamente, questo qualcuno non risponda al nome di Mark Shelton. Senza stare a spendere troppi giri di parole sul personaggio (e sì che ce ne sarebbe di che parlare, a tal proposito), premetto subito che ho trovato in quest’ultima fatica della truppa-Shelton, un connubio perfetto di tutte le sonorità che mi aspetto e pretendo da un disco di questo tipo. “Playground of The Damned” è la sintesi perfetta di tutto questo. Dovrebbe essere questo un full lenght che mette d’accordo tutti ed invece, basta fare un giretto in rete per qualche minuto, e trovare le più varie e bizzarre teorie a riguardo. A questo proposito, mi preme un inciso. I metal kids ed i soloni dell’etere se ne facciano una ragione: la produzione è pessima. Sono 30 anni che i Manilla Road calcano le scene mondiali ed i loro dischi hanno sempre suonato così. Non sarà forse, cari i miei cattedratici professoroni, che si tratta di un effetto ricercato e voluto dalla band stessa? Le produzioni cromate e limpidissime lasciamole, com’è giusto che sia, a Don Dokken (grazie Enzo per la citazione). Mark Shelton ha sempre trasmesso su di sé e sul suo prodotto musicale tutt’altro appeal. E questo nuovo lavoro ne è l’emblema assoluto. Anzi, è anche meglio.

Ci troviamo di fronte ad uno dei migliori affreschi epic metal (genere questo troppo spesso abusato) degli ultimi anni: sicuramente il migliore, insieme con l’ultima fatica dei nostrani Holy Martyr, per quanto riguarda l’anno 2011. A dare il la al disco c’è un trittico spaccaossa: a cominciare dalla clamorosa hit “Jackhammer”, passando per “Into the Maelstrom”, fino arrivare alla title track. Non mi so decidere, però: son belle tutte allo stesso modo. A voi la scelta. Chi non lascia spazio a dubbi è la seguente, “Grindhouse”: bellissima ritmica e voce impeccabilmente graffiante sono gli ingredienti di questo capolavoro. Cavalcata heavy metal allo stato puro. Il platter, composto in tutto da 8 pezzi, prosegue aumentando a dismisura il solito clima di inquietudine che aleggia nelle composizioni cui i Manilla Road c’hanno abituato in questi anni. In “Abattoir De la Mort”, ad esempio, Bryan Patrick ci fa fare un tuffo nel modo del metal estremo, con linee vocali al limite col growl. Film dell’orrore tradotto in musica. Grandioso davvero. L’ultimo brano poi, sbugiarda chi troppo frettolosamente - e senza alcuna cognizione di causa - ha bocciato questo disco: “Art of War” è certamente il più bell’esempio di ciò che i Manilla Road sono a tutt’oggi in grado di produrre a beneficio del proprio pubblico. E’ un viaggio nel tempo di trent’ anni, nella storia di quella musica e di quella cultura che va ben al di là di una squallida catalogazione. Ode agli Dei, che aiutino i giovani a comprendere ciò che in antichità rappresentava il bene supremo che un uomo dovesse possedere per garantirsi la sopravvivenza: l’arte della guerra. I Manilla Road non perdono mai l’occasione di emozionarmi, lo ammetto con estrema franchezza. Nel 2008 avevo trovato “Voyager” il disco dell’anno e “Playground of the Damned” gli è addirittura superiore: Shelton è scatenato e sta vivendo una nuova giovinezza musicale. Tanto meglio per noi! L’unico difetto di questo platter è che è di non semplice reperibilità, ma se riuscite acquistatelo, non ve ne pentirete.

Daniele Cecchini
Data pubblicazione: 01/11/2011